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Disclosure Day: la rivelazione…sospesa

Una lettura simbolica e mitopolitica del film “Disclosure Day” di Ines Curzio


Attenzione, il testo contiene spoiler.


Nel corso degli ultimi anni il termine Disclosure è uscito dall'ambito esclusivamente ufologico per entrare nel dibattito pubblico. Documenti desecretati, audizioni parlamentari, testimonianze di ex funzionari e un'attenzione mediatica crescente hanno contribuito a trasformare quella che per decenni era considerata una semplice ipotesi in un tema di confronto internazionale. In questo contesto arriva Disclosure Day, il nuovo film di Steven Spielberg.

Era inevitabile che suscitasse grandi aspettative. Da un regista che ha segnato la storia della fantascienza con Incontri ravvicinati del terzo tipo ed E.T., ci si attendeva un'opera capace non soltanto di raccontare un evento straordinario, ma anche di interrogarsi sul suo significato più profondo.

Il film ci riesce, ma forse solo in parte.


Un linguaggio costruito sui simboli

Spielberg dissemina la narrazione di simboli. Daniel, il matematico, rappresenta il linguaggio universale della razionalità; Margaret, la meteorologa, è la figura che osserva il cielo e diventa mediatrice di un messaggio proveniente dall'alto; il wrestling, con cui il film si apre, è conflitto spettacolarizzato, richiama una finzione presentata come realtà. Sono immagini con un messaggio subliminale che preparano lo spettatore a qualcosa di molto più grande.

Tra tutti i simboli, quelli che emergono più evidenti, anche all’occhio dello spettatore inesperto, sono i due animali che accompagnano i protagonisti: il cervo e il cardinale rosso, un uccello passeriforme. La spiegazione adottata nel film, e narrativamente semplice, è che gli extraterrestri assumono sembianze animali per non spaventare i bambini e poterli avvicinare.

La scelta simbolica invece apre prospettive molto più ampie.


Il cervo e il cardinale rosso: semplici animali o archetipi?

Il cervo e l'uccello non sono sicuramente una scelta casuale. Entrambi appartengono a un patrimonio simbolico universale che attraversa culture lontanissime fra loro. Nelle tradizioni celtiche, nordiche, siberiane e dei popoli nativi americani il cervo rappresenta spesso il passaggio fra mondi diversi, la guida spirituale, il rinnovamento e l'accesso alla conoscenza. L'uccello, presso quasi tutti i popoli, è il mediatore fra terra e cielo. Nel film è rosso e questo aggiunge un ulteriore livello simbolico: trasformazione, vita, risveglio.

L’elemento che colpisce è la loro funzione. Non trasmettono nuove informazioni ai protagonisti, ma riattivano qualcosa che loro possiedono già. Ogni apparizione risveglia ricordi, percezioni e capacità rimaste dormienti.

Questa è una dinamica che richiama un'antichissima idea presente nelle tradizioni iniziatiche: la conoscenza non viene semplicemente consegnata dall'esterno, ma riconosciuta perché esiste già, seppur dimenticata. Da Platone con il concetto di anamnesi, fino ai percorsi iniziatici di molte culture tradizionali, il sapere autentico è spesso descritto come un ricordo che riaffiora.

Da questo punto di vista, il cervo e l'uccello rosso possono essere letti come autentici "totem narrativi": mediatori che accompagnano l'essere umano verso una memoria più profonda.

Oltre l'azione, la trasformazione

I due protagonisti entrano in contatto con un'intelligenza extraterrestre e ricevono dei doni destinati a cambiare per sempre la loro esistenza. Questo accade nella loro infanzia, ma entrambi sembrano mettere da parte quell’evento fino a che, ormai adulti, esso non viene richiamato alla memoria. Su questo tema però il film sembra scegliere di non approfondire oltre, sebbene lo spunto sia alquanto interessante anche per trasmettere un messaggio nuovo sul tema dei rapimenti alieni. Qui non vediamo esperimenti cruenti. I bambini non vengono portati via con la forza o contro la loro volontà. Assistiamo invece a un dono di conoscenza di cui i protagonisti diventano consapevoli solo in età adulta (e circa a tre quarti dall’inizio del film). Come questo evento possa aver influito sulla trasformazione interiore vissuta da Daniel e Margaret rimane sorprendentemente poco esplorata. Un’esperienza così forte, vissuta attorno ai 10 anni, sembra scalfire le loro vite solo marginalmente, fino agli eventi cruciali narrati nel film.

Per gran parte del tempo la proiezione privilegia la fuga, l'inseguimento, la necessità di portare alla luce prove e filmati da desecretare. L'azione, a volte un po’ ripetitiva, prende il sopravvento sulla riflessione. È di certo una scelta registica legittima, ma lascia inevitabilmente in secondo piano degli elementi non trascurabili, in primis il cambiamento psicologico, filosofico ed esistenziale provocato dall'incontro con un'altra intelligenza. Paradossalmente, sembra più coerente la trasformazione vissuta da Roy Neary in Incontri ravvicinati del terzo tipo. Lì il protagonista perde progressivamente ogni certezza, fino a sacrificare la propria vita precedente per seguire un richiamo che nessun altro comprende.

In Disclosure Day, invece, un evento ancora più straordinario produce conseguenze interiori che sembrano raccontate con maggiore superficialità rendendole meno convincenti. Più drammatiche sul piano teatrale, ma meno autentiche sul piano psicologico.


Un disclosure sospeso

Il momento più intenso dell'intero film arriva nel finale, a circa due ore dall’inizio. I filmati nascosti vengono finalmente proiettati rimbalzando su tutti i media locali e nazionali. La gente si immobilizza davanti agli schermi nel vedere i materiali fino ad allora secretati: UAP, avvistamenti, esperimenti su corpi alieni ancora vivi e molto altro. Le immagini non possono che scatenare sconcerto, incredulità e compassione. Poi il colpo di scena: un extraterrestre viene condotto nello studio televisivo. Sembra conoscere bene i due protagonisti e nella gestualità si intravede una sorta di orgoglio e gioia nel vederli che sono riusciti a raggiungere questo obiettivo.

L’essere parla con il matematico in una lingua che solo lui riesce a comprendere. Questi a sua volta sussurra qualcosa all'orecchio della meteorologa, spiegandole cosa gli ha detto l’extraterrestre, ma lo spettatore non ascolta quelle parole. La donna si limita a rivolgersi alle telecamere pronunciando un unico invito: "Ascoltate."

Poi il film termina. Buio.

Ed è proprio qui che nasce la riflessione che ha dato origine a questo articolo. Per molti spettatori quello è il finale. Per chi cerca risposte quello è l'inizio. Il vero Disclosure, così accennato, rischia di restare in secondo piano. Non si tratta di dimostrare che non siamo soli nell'universo. Nel 2026, con le conoscenze scientifiche e tecnologiche di cui disponiamo, la possibilità che la vita esista oltre la Terra è ormai considerata tutt'altro che remota. Continuiamo giustamente a cercarne prove dirette, ma questa rappresenta ormai soltanto la premessa di una questione molto più ampia.

Il vero Disclosure implica la possibilità che l’uomo sia già entrato in contatto con la vita extraterrestre e che gli alieni abbiano già visitato il nostro pianeta e interagito con la nostra storia. A quel punto le domande cambierebbero radicalmente: perché sono venuti? Quando? Sono andati via per poi tornare? Hanno continuato ad osservarci? Perché la memoria di un possibile contatto ricorre con tanta insistenza nei miti delle civiltà antiche?

È proprio qui che il film raggiunge il suo vero punto culminante. Non nella diffusione dei filmati secretati, ma nel messaggio che l'extraterrestre affida ai due protagonisti. Quel messaggio potrebbe rappresentare l'inizio del Disclosure di cui, come umanità, sentiamo davvero il bisogno. Eppure Spielberg sceglie consapevolmente di non rivelarlo. In termini cinematografici potremmo definirlo un climax sospeso. Riprendendo il titolo di questo articolo, parliamo invece di un Disclosure sospeso: una rivelazione evocata, preparata, promessa...ma volutamente lasciata incompleta.


Il Disclosure non è l’evento, ma il contenuto della rivelazione.

Se davvero una civiltà extraterrestre avanzata decidesse di presentarsi all'umanità, il punto centrale non sarebbe la loro esistenza, bensì il contenuto del loro messaggio. Ed è qui che Disclosure Day, pur essendo un'opera interessante, mostra i suoi limiti e rinuncia alla sua occasione più grande. Nel momento in cui sospende la rivelazione, costringe lo spettatore a formulare le domande che il film sceglie di non affrontare, ma questa società (non quella descritta nel film) è pronta ad andare oltre il finale proposto e porsi quelle domande? Quanti sono disposti ad aprire interrogativi da soli, senza spunti, senza indizi, senza preparazione? Interrogativi che scuoterebbero l’intero sapere, mettendo in dubbio tutta la storia così come la conosciamo. Un’altra obiezione lecita potrebbe essere che nessuno, incluso Spielberg, ha le risposte che cerchiamo e quindi, per forza di cose, si è scelto di non tradurre il messaggio dell’alieno alla fine del film. Sicuramente una civiltà aliena avrebbe tanto da dirci, ma non sappiamo cosa. Noi dovremmo essere aperti e pronti ad ascoltare (questo è il messaggio finale del film), ma in teoria non possiamo prevedere nulla di quel messaggio. Eppure, da ricercatrice che da anni si occupa di mitologia comparata, paleocontatto e della ricostruzione di una possibile memoria storica comune alle antiche civiltà, non posso evitare di pormi una domanda ulteriore. E se quella verità non fosse affatto nuova? E se una parte del Disclosure fosse già davanti ai nostri occhi da migliaia di anni?

Dèi provenienti dal cielo, guerre tra fazioni divine, cataclismi, fondazione delle civiltà tramite genealogie divine, architetture monumentali e megalitiche, trasmissione di conoscenze, figure civilizzatrici divine e semidivine. L’elenco sarebbe ancora lungo, ma questi elementi ricorrono, fin dalla preistoria, la memoria di tutti i popoli sulla terra.

La mia teoria della Matrice Mitopolitica nasce proprio da questa proposta interpretativa: le tradizioni dell'antica Mesopotamia, dell'Egitto, dell'India, delle Americhe, dell'Oceania e di numerose altre culture raccontano, con linguaggi differenti, schemi narrativi sorprendentemente simili. Questi schemi, rintracciati e analizzati, costruiscono un filo narrativo che colma le differenze e spiega le analogie, delineando un quadro coerente e strutturato.

Naturalmente queste convergenze possono essere interpretate in modi diversi e non costituiscono, da sole, una prova di una specifica ipotesi. Tuttavia meritano di essere studiate con rigore, perché rappresentano un patrimonio di memoria collettiva che spesso viene liquidato con eccessiva superficialità.

Ed è qui che, a mio avviso, il concetto di Disclosure assume un significato completamente diverso. Non più una rivelazione improvvisa calata dall'alto, ma la ricomposizione di un mosaico che l'umanità possiede già da millenni. L'umanità non deve ricevere nulla, deve ricordare.

Non abbiamo bisogno che qualcuno ci racconti la verità. Forse dobbiamo prima imparare a rileggere quella che i nostri antenati hanno custodito nei miti, nei simboli, nelle tradizioni e nei racconti fondativi.

Viviamo in un'epoca nella quale i documenti vengono desecretati, i governi riconoscono l'esistenza di fenomeni aerei anomali e il tema degli UAP è entrato, con modalità del tutto nuove, nel dibattito istituzionale. Eppure, quando queste novità vengono messe in relazione con i grandi racconti del passato, permane ancora una forte resistenza culturale e accademica a riconsiderare le fonti storiche e mitologiche alla luce di nuove domande. La prudenza metodologica è un valore imprescindibile della ricerca, ma può trasformarsi in un limite quando impedisce di verificare se antichi testi, simboli e tradizioni possano essere riletti attraverso prospettive che, fino a pochi decenni fa, non erano nemmeno ipotizzabili. Il rischio è che la narrazione storica consolidata venga percepita come l'unica interpretazione possibile, scoraggiando l'esplorazione di modelli alternativi che, pur da sottoporre a rigorosa verifica, potrebbero contribuire ad ampliare la nostra comprensione del passato.

Forse è proprio questa la sfida del nostro tempo. Non attendere passivamente una verità consegnata da qualcuno, ma sviluppare gli strumenti culturali, storici e critici per riconoscere le connessioni che attraversano la memoria dell'umanità.


Se un giorno il Disclosure dovesse davvero compiersi, sarebbe la ricomposizione di un mosaico antico per scoprire che la verità è sempre stata sotto i nostri occhi. Per capire che il vero Disclosure non è un evento da attendere, ma un contenuto da comprendere.

 
 
 

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